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27 °Premio di Poesia CITTA' DI LEGNANO - GIUSEPPE TIRINNANZI in italiano e nei dialetti della Lombardia o di area linguistica lombarda e della Svizzera Italiana. Indetto dal Comune di Legnano e dalla Famiglia Legnanese per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi. Patrocinato da: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero per i beni e le attività culturali, Consiglio di Stato dela Repubblica e Cantone del Ticino - Svizzera.
Per informazioni
segreteria@famiglialegnanese.com
Viale Matteotti, 3
Tel. 0331. 549474 Casella postale 71 20025 Legnano (Mi)
- D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. -
- O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere -
Italo Calvino, Le città invisibili
Da quali domande nasce una poesia? Quali risposte dà (ammesso che le dia) e quali domande pone a sua volta?
Quale funzione può svolgere nella crescita di quella città che non è fatta di mattoni, di strade, di strutture ma di relazioni, di percezioni, di affettività, di senso di appartenenza?
Le risposte, le domande e persino le non risposte appartengono a questa "città invisibile" (per dirla con Calvino) che, come un filo, si dipana all'interno della città visibile e ne costituisce l'anima. Il "Covo dei poeti" e il "Parco della poesia" si pongono come piccole ma ben visibili luci nel contesto urbano, punti di riferimento per quanti amano coltivare dentro di sé bellezza e verità.
E' con questo spirito che abbiamo pensato di aprire una finestra sulla homepage del sito del comune (www.comune.buccinasco.mi.it): finestra sulla poesia.
Cliccando sarà possibile accedere alle informazioni che riguardano le iniziative del "Covo dei poeti", leggere e scaricare la "poesia del mese" ed altro.
Apprendisti poeti e archivio poesie del mese
Febbraio 2009: quando la poesia fa capolino fra le righe della prosa
L’arte del tè
(La scena si svolge nella portineria di un elegante palazzo d’epoca di Parigi, abitato da famiglie dell’alta borghesia. Protagoniste Renée, la portinaia, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia (grassa, sciatta, scorbutica, teledipendente), ma che invece, all’insaputa di tutti, è una donna coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese e Manuela, la sua amica del cuore, che lavora al servizio di una ricca famiglia dello stabile).
Servo il tè e lo degustiamo in silenzio. Non l’avevamo mai preso di mattina e questa infrazione al protocollo del nostro rituale ha uno strano sapore.
“Piacevole” mormora Manuela.
Sì, è piacevole in quanto gioiamo di un duplice dono: veder consacrata, attraverso questa infrazione all’ordine delle cose, l’immutabilità di un rituale cui avevamo dato vita insieme affinché, un pomeriggio dopo l’altro, esso si radicasse nella realtà tanto da darle senso e consistenza, un rituale che dalla trasgressione di stamani trae immediatamente tutta la sua forza – ma ci gustiamo anche, come un nettare prezioso, il meraviglioso dono di questa mattina incongrua in cui i gesti meccanici prendono nuovo slancio, in cui annusare, bere, posare, servirsi ancora e sorseggiare rinascono a nuova vita. Questi attimi in cui si rivela la trama della nostra esistenza, attraverso la forza di un rituale che rinnoveremo con un piacere accresciuto dall’infrazione, sono parentesi magiche che gonfiano il cuore di commozione, perché all’improvviso il tempo è stato fecondato, in modo fugace ma intenso, da un po’ di eternità. Fuori il mondo ruggisce o si addormenta, scoppiano le guerre, gli uomini vivono e muoiono, alcune nazioni periscono, altre, che verranno presto inghiottite, sorgono, e in tutto questo rumore e questo furore, in queste esplosioni e risacche, mentre il mondo avanza, si infiamma, si strazia e rinasce, si agita la vita umana.
Allora beviamo una tazza di tè.
E come Kakuzo Okakura, l’autore del Libro del tè, che si addolorava per la rivolta delle tribù mongole nel XIII secolo non perché avesse causato morte e afflizione, ma perché aveva distrutto l’arte del tè, il più prezioso tra i frutti della cultura Song, anch’io so bene che il tè non è una bevanda qualunque. Quando diventa rituale, rappresenta tutta la capacità di vedere la grandezza nelle piccole cose. Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?
Il rituale del tè, quel puntuale rinnovarsi degli stessi gesti e della stessa degustazione, quell’accesso a sensazioni semplici, autentiche e raffinate, quella libertà concessa a tutti, a poco prezzo, di diventare aristocratici del gusto, perché il tè è la bevanda dei ricchi così come dei poveri, il rituale del tè, quindi, ha la straordinaria virtù di aprire una breccia di serena armonia nell’assurdità delle nostre vite. Sì, l’universo tende segretamente alla vacuità, le anime perdute rimpiangono la bellezza, l’insensatezza ci accerchia. Allora beviamo una tazza di tè. Scende il silenzio, fuori si ode il vento che soffia, le foglie autunnali stormiscono e volano via, il gatto dorme in una calda luce. E, a ogni sorso, il tempo si sublima.
Muriel Barbery
da L’eleganza del riccio (titolo originale: L’élégance du bérisson), ed. e/o, 2008, pp.82-84
Brevi cenni biografici sull’autrice
Nata in Francia nel 1969 a Bayeux, docente di filosofia, insegna all’IUFM di Saint Lo. L’eleganza del riccio è il suo secondo romanzo. Pubblicato in Francia da Gallimard, in poco tempo ha scalato le classifiche, arrivando al primo posto e vincendo numerosi premi tra cui il Prix Georges Brassens 2006, il Prix Rotary International 2007 e il Prix des Libraires 2007.
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